Cara Anna Rita, mi è piaciuto molto questo tuo messaggio! O meglio mi è piaciuta la tua passionalità nell’affrontare l’argomento: finalmente un po’ di vita, in questo forum!
Devo dirti che un tempo la pensavo esattamente come te. Poi però, man mano che sentivo i vari pareri cattolici, la mia opinione è andata lentamente modificandosi (solo le montagne restano sempre ferme…).
Ciò che a me preme, da quando ho la fede, è restare nella dottrina cattolica, perché se si esce da lì… si diventa “protestanti” senza neppure rendersene conto. Gesù infatti ha dato solo alla Chiesa (Pietro) il potere di guidare il Suo popolo verso la Verità tutta intera, donandole la luce dello Spirito Santo.
Prima di passare ad analizzare, nei prossimi giorni, i vari punti del tuo messaggio, ti faccio questa domanda: sapevi che per la nostra dottrina cattolica, la condanna a morte ha valore redentivo? Che cioè, chi si pente sinceramente e accetta la pena dovuta secondo la legge, va direttamente in paradiso? Lo dice san Tommaso d’Aquino.
In effetti, che cosa è accaduto al buon ladrone che stava alla destra di Gesù, sulla croce? Ha confessato le sue colpe, ha riconosciuto la giustezza della pena inflittagli, e l’ha accettata. Infine si è messo nelle mani di Colui nel quale ha creduto. Perciò è andato direttamente in paradiso!
Riporto, al proposito, un passo tratto dal capitolo sulla pena di morte in
"Pensare la storia", di Vittorio Messori :
«In effetti, la Tradizione ha sempre visto un candidato sicuro al paradiso nel delinquente che, riconciliato con Dio, liberamente accetta il supplizio come espiazione della sua colpa. Tommaso d'Aquino insegna: «La morte inflitta come pena dovuta per i delitti, leva tutta la pena dovuta per i delitti nell'altra vita. La morte naturale, invece, non la leva». Molti rei reclamavano addirittura l'esecuzione capitale come loro diritto. Dunque, il suppliziato pentito, munito dei sacramenti, è un "santo": in effetti, il popolo si disputava le sue reliquie (e aveva forgiato un proverbio che "la Civiltà Cattolica" ricorda: «Di cento impiccati, uno dannato»).» (il capitolo si può leggere per intero a questo indirizzo:
http://www.storialibera.it/attualita/gi ... di%20morte )
Capisco che tu sei emotivamente coinvolta a causa della conoscenza diretta di persone condannate e, se ci riuscissi, vorrei che tu lo fossi un po’ di meno per poter essere più obiettiva.
Infatti, la pietà che suscita l’esecuzione di una condanna a morte (e soprattutto il supplizio interiore che la precede) è un sentimento umano lodevole, certo, ma ho paura che ci faccia scadere in quel cosiddetto “buonismo”, cioè in quel voler essere buoni a tutti i costi, anche quando non è giusto. Ad esempio ci sono molti, anche tra i cattolici purtroppo, che pensano che l’inferno non esista o almeno che sia vuoto, perché la misericordia di Dio non potrebbe tollerare, dicono, che alcune sue creature siano eternamente infelici…
Per questi "cattolici" Dio non è “buono”, ma “bonaccione”…
Infine, come dice spesso padre Livio,
“la morte non è la più grande disgrazia!” Ciò che dobbiamo temere è la
“morte secunda” come dice san Francesco, :
“Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.”